Padri e madri, potenza di un amore che genera

Il titolo di questa riflessione delinea un percorso educativo e generativo che mette a fondamento dell’esercizio della genitorialità la relazione armoniosa tra marito e moglie, come attesta il libro del Siracide < Di tre cose si compiace l’anima mia, ed esse sono gradite al Signore e agli uomini: concordia di fratelli, amicizia tra vicini, moglie e marito che vivono in piena armonia> ( Sir 25,1). Siamo, infatti, convinti che il “primo figlio della coppia è la coppia”. Non può esserci feconda maternità e paternità se non all’interno di un vissuto relazionale tra marito e moglie nel segno dell’armonia e dell’amore reciproca. Ogni azione educativa risulta efficace se scaturisce da un intesa, coltivata e custodita quotidianamente, da parte dei coniugi. 

  1. La reciprocità educativa

Afferma Papa Francesco a tal proposito :< Ogni bambino ha il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la maturazione integra e armoniosa…Entrambi uomo e donna, padre e madre, sono cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti> (A.L. 172).

IL diritto dei figli è quello di avere una madre e un padre, entrambi, insieme, e non l’uno senza l’altro. Il punto di forza dell’educazione è la reciprocità del padre e della madre, l’unità che intercorre tra loro. Insieme, i genitori, insegnano ai figli il “valore della reciprocità” e dell’incontro tra differenti. Questo ci sembra un aspetto importante soprattutto oggi a motivo della sempre più diffusa cultura dell’indifferenza e dell’intolleranza verso ogni forma di diversità. Educare i figli sin dalla tenera età alla reciprocità, al rispetto delle differenze può essere anche un valido deterrente al sempre più diffuso  bullismo e di disprezzo degli altri ritenuti diversi, inferiori…E’ la famiglia il luogo delle diversità, dove ciascuno impara a rapportarsi all’altro diverso da sé, a donare e ricevere. Compito dei genitori è quello di non mortificare le differenze,  ma di accoglierle riconoscendone la bellezza evitando di fare preferenze creando un clima di competizioni, invidia, gelosia tra figli.

  1. La debolezza condizione per educare 

La “potenza di un amore che genera” non è dunque la forza che il padre e la madre esercitano in modo individuale o maniera prepotente nei confronti dei figli, ma è una “potenza mite”, umile, fondata, paradossalmente, sulla debolezza cioè sulla fiducia reciproca tra marito e moglie nella ricerca costante di armonizzare le differenze. 

Secondo la logica cristologica la potenza si manifesta nella debolezza . < Ti basta la  mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza> ( 2 Cor 12,9). La debolezza su cui si fonda l’azione educativa dei genitori è il riconoscimento sereno delle proprie imperfezioni. Non esistono i genitori perfetti. Non esistono i figli perfetti. Non esiste la famiglia perfetta. Non esiste la chiesa perfetta…Riconoscersi imperfetti non è motivo di angoscia ma di apertura all’altro. IL padre o la madre non hanno singolarmente la formula magica per educare, ma insieme, aiutandosi reciprocamente, condividendo insieme potenzialità e debolezze, speranze e delusioni, attenzioni e cure…trovano la forza per accompagnare la crescita dei figli. 

Dalla riconosciuta debolezza scaturisce il desiderio da parte dei genitori di crescere insieme, capire, approfondire, studiare, pregare, condividere, consigliarsi…al fine di poter esercitare la paternità e maternità. Altrimenti emerge l’arroganza, la presunzione di sapere come educare a prescindere dal coniuge o, addirittura, in controtendenza rispetto al proprio coniugi. I figli non ascoltano le parole che diciamo loro ma guardano al nostro stile di vita, il nostro comportamento quotidiano. Le parole dette in ambito educativo hanno effetto se sono frutto di un vissuto, se trasmettono convinzioni profonde, se scaturiscono da un cuore sincero. E’ fondamentale mettersi d’accordo come genitori per stabilire insieme le modalità educative evitando di discuterne davanti ai figli.

  1. Ama chi fa crescere

Anche la parola “amore” va continuamente ricompresa a livello esperienziale per non sbiadirla o annacquarla dall’abitudine, dando per scontato di sapere cosa vuol dire amarsi come marito e moglie e amare i figli come genitori. A tal proposito ci sembra interessante la definizione che dà Papa Francesco in Amoris Leatitea al numero 221 < La missione forse più grande di un uomo e una donna nell’amore è questa: rendersi a vicenda più uomo e più donna. Far crescere è aiutare l’altro a modellarsi nella sua propria identità>

Amare non è possedere, strumentalizzare, proiettare le proprie aspettative…ma è rendersi più uomo e più donna, cioè umanizzare l’esistenza. Questa definizione di Papa Francesco ci sembra interessante e va direttamente al cuore dell’esperienza dell’amore: far crescere l’altro nella sua propria identità. Far sì che l’altro/a diventi autenticamente se stesso. Non è scontato. Anzi, non è raro che proprio all’interno del vissuto familiare si crei un clima di attesa e di pretesa tendenzialmente omologante nel tentativo di uniformare l’altro a sé, quasi a propria immagine e somiglianza. Chi ama in profondità e verità non modella l’altro a se ma lascia sbocciare la sua unicità e radicale diversità. 

Il fine dell’educazione è la crescita dei figli cioè aiutarli ad assumere la propria identità, ad esprimerla al meglio, senza paure e senza giudizi. Non si tratta di modellare i figli a propria immagine e somiglianza ma di far emergere ciò che sono chiamati a essere. Arte difficile ma affascinante. Naturalmente i genitori devono essere uomo e donna maturi, cioè persone che fanno un lavoro interiore, un lavoro su di sé per imparare a conoscersi, accogliersi sempre più e sempre meglio, intraprendendo insieme un percorso di perdono, sostegno, formazione, cura spirituale. Se è pur vero che non esiste un manuale per essere genitori è altrettanto vero che non ci si improvvisa nel senso che bisogna attivare e curare tutte quelle capacità affettive, cognitive, spirituali necessarie per svolgere al meglio la missione della genitorialità. 

  1. Un servizio entusiasmante

La genitorialità è un evento, un cammino, un ‘esperienza che si acquisisce sul campo, all’interno dei vissuti familiari. Genitori non si nasce ma si diventa, imparando dai figli. E’ un cammino faticoso ma entusiasmante, determinante per il futuro dei nostri figli. Essere genitori non è un ruolo o un mestiere ma un servizio dinamico, capace di rimodellarsi continuamente in misura delle diverse fasi di crescita dei figli. Un servizio di accompagnamento alla crescita, senza però cedere a forme regressive a livello relazionale come ad esempio ritenersi amici dei propri figli. Il padre o la madre “amicone” sono sempre divisi tra autorevolezza e paura di non essere abbastanza democratici.   

La missione genitoriale non è quella di creare un legame saldo e forte con i figli ma di renderli capaci di lasciare i genitori stessi per vivere in maniera autonoma e responsabile. Questo non vuol dire che si finisce di essere genitori o che i figli finiscono di essere tali, piuttosto cambia il modo di esserlo. La genitorialità, infatti, progredisce verso uno stato di contemplazione dei figli  imparando a godere e gioire della loro crescita, autonomia senza avere alcuna presa, ma rispettando sino in fondo la loro libertà.

In modo schematico la dinamicità della genitorialità riguarda alcune fasi essenziali dello sviluppo dei figli:

  • Fase di accudimento da zero a sei anni: il figlio deve sentirsi amato : la madre nutre; il padre accoglie;
  • Fase di orientamento da sei anni a 12 anni: la madre orienta il figlio affettivamente all’accettazione e rispetto dell’altro; il padre stabilisce le regole e richiede obbedienza;
  • Fase di accompagnamento riguarda la giovinezza: il padre diventa guida, esperto esploratore della vita, lasciando libero il figlio interiormente, libero di sbagliare, di peccare…In questa fase i genitori aiutano al discernimento e in particolare il padre all’inserimento nella società.
  • Fase contemplativa “ Un padre consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso inutile, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente alle sue cure…” ( Papa Francesco)

In sintesi il compito del padre può essere sintetizzato con 3 P:

  • protezione
  • permesso, cioè autorizza all’esercizio della propria libertà
  • potenza, ovvero trasmette sicurezza soprattutto quando i figli fanno esperienza dei propri fallimenti: < i figli hanno bisogno di trovare un padre che li aspetta quando ritornano dai loro fallimenti> ( AL n.177)…

Il padre è anche custodia, guida, trasmissione di valori e del senso della legge.

La madre:

  • accoglie, 
  • educa all’intimità, 
  • nutre, 
  • prende cura,
  • porta i figli al padre. 

Portare i figli al padre significa che la madre nel dare alla luce il figlio non lo trattiene per se, non stabilisce un rapporto morboso e totalizzante con il nascituro ma lo inizia alla relazione con il padre, lo porta al padre. L’accoglienza del padre è un atto importante perché libera la relazione figlio- madre nel segno della fusione. IL padre è il terzo che mette equilibrio alla relazione madre-figlio. In questa circolarità d’amore il figlio cresce all’interno di una relazione d’amore equilibrata e impara a distaccarsi dalla madre per ritrovare la giusta collocazione relazionale con lei grazie alla figura del padre. In questo senso condividiamo l’affermazione che la “paternità nasce dalla maternità” .

  1. Il gioco di squadra dei genitori

I genitori vivono la loro responsabilità educativa insieme all’interno dei una vera e propria alleanza d’amore per scegliere insieme le strategie necessarie per la crescita dei figli, aiutandosi nel superare ostacoli, sbagli, nell’esercizio della loro genitorialità.  

Concretamente sono tre i compiti che sintetizzano la missione genitoriale:

compito AFFETTIVO : prima di qualunque regola i figli hanno bisogno di sentirsi AMATI come creatura UNICA, SPECIALE, fatta ad IMMAGINE E SOMIGLIANZA DI DIO. Ogni figlio è un  mistero in quanto dono di Dio a noi affidato. Non ci appartiene in senso assoluto ma è consegnato alle nostre cure. Amare i figli riconoscendo in loro figli e figlie di Dio significa trasmettere il senso dell’amore di Dio premessa necessaria per poi sviluppare un eventuale rapporto con Dio Padre. Trattare i figli come creature di Dio significa vivere la genitorialità come compartecipazione alla paternità e maternità di Dio. < I bambini , appena nati, incominciano a ricevere in dono, insieme col nutrimento e le cure, la conferma delle qualità spirituali dell’amore. Gli atti dell’amore passano attraverso il dono del nome personale, la condivisione del linguaggio, le intenzioni degli sguardi, le illuminazioni dei sorrisi. Imparano così che la bellezza del legame fra gli esseri umani punta alla nostra anima, cerca la nostra libertà, accetta la diversità dell’altro, lo riconosce e lo rispetta come interlocutore. E questo è amore, che porta una scintilla di quello di Dio> ( AL. N.172)

compito NORMATIVO: fissare i limiti le regole è fondamentale per aiutare i figli  superare la logica del “mi piace”, “ a me mi va” oppure “ a me mi pare”. I limiti sono a garanzia della libertà e non un ostacolo alla libertà. Si tratta di aiutarli a capire la differenza tra libertinaggio e libertà, tra il faccio quello che voglio e faccio quello che mi aiuta ad esprimere il meglio di me nel rispetto dell’altro. Il libertinaggio è sempre un percorso verso l’egolatria. La libertà verso la relazione. Il libertinaggio chiude in se. La libertà apre all’altro da se. Le regole sono fondamentali per assumere anche una gerarchia dei valori, imparare a rispettare l’ordine naturale delle cose, la realtà.

Padri e madri, potenza di un amore che generacompito di ORIENTARE VERSO LA TRASCENDENZA:  si tratta di aiutare i figli a riconoscere la dimensione trascendente della persona umana, la dimensione interior rispetto a una cultura prettamente materialista che pretende di eliminare ogni dimensione spirituale della persona umana. Aiutare i figli a “guardare in alto” a scoprire che nella vita che c’è “ Altro” . Questa realtà trascendente per chi fa un cammino di fede e vive la sacramentalità del matrimonio radicata nel battesimo, ha un volto e un nome preciso: il Dio rivelato da Gesù Cristo. Non si tratta di “catechizzare” i figli ma di mostrare ciò a cui i genitori credono perché lo vivono. Non si tratta di parlare della preghiera, dei comandamenti…ma di pregare, di vivere la Parola. Quando i genitori non hanno timore di mostrare in casa i segni della loro appartenenza cristiana e con disinvoltura e serietà vivono la preghiera, l’ascolto della Parola…sono già testimoni della fede, senza voler persuadere e convincere a tutti i costi i propri figli ad andare in chiesa. La fede cristiana è un modo nuovo di pensare la vita. Testimoniarla significa offrire ai figli prospettive diverse rispetto alla cultura dominante, volte comunque al rispetto della dignità umana. Dove c’è rispetto della dignità c’è traccia della presenza del Dio rivelato da Gesù Cristo. La fede cristiana umanizza. Questo riteniamo sia l’essenziale. Non si tratta di trasmettere ai nostri figli pratiche religiose, ma di comunicare loro, nel modo di vivere, come la fede aiuti a crescere umanamente, a vivere un’esistenza buona, bella e felice.